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Alla scoperta delle riserve naturali della Val di Fassa

Quando si pensa alla Val di Fassa la mente vola alle montagne, le Dolomiti, così superbe nella loro immobile bellezza, ai prati e boschi sconfinati, ai laghetti alpini, a quell’aria pura da respirare a pieni polmoni. Ma questi sono solo alcuni dei volti di una Natura che qui si è veramente sbizzarrita con tutta la sua fantasia. Per salvaguardare questo prezioso patrimonio ambientale, già negli anni ’60 e ‘70, furono individuate alcune porzioni di territorio, particolarmente sensibili, da sottoporre a speciale tutela. Vennero istituiti i parchi provinciali Paneveggio-Pale di San Martino (1967), con la riserva integrale di Lusia-Bocche, e nel 1974 "l’oasi" Sciliar-Catinaccio, successivamente ampliata nel 2003 per inglobare uno dei "monumenti" più cari alla Val di Fassa, il Rosengarten, regno del mitico Re Laurino. Sono luoghi sicuramente da conoscere, in cui piacevolmente "perdersi", da visitare con profondo rispetto per ciò che è stato creato e modellato nel corso dei millenni dalla natura.


Parco Naturale di Paneveggio - Pale di San Martino


Il richiamo della natura

Un’area protetta, istituita nel 1967, che si estende per più di 190 km2 nella zona nord-orientale del Trentino, all’interno dei territori delle valli di Fiemme, Fassa e Primiero. Il Parco Naturale provinciale di Paneveggio si raggiunge da Predazzo (Val di Fiemme) percorrendo la strada statale n. 50 del Passo Rolle in direzione di San Martino di Castrozza. La prima sosta è al Centro Visitatori di Paneveggio all’interno del quale l’ospite viene introdotto in questa particolare realtà naturalistico-ambientale con racconti sulle Dolomiti, sulla foresta e sugli animali del bosco. A pochi passi dall’edificio si trova l’area faunistica di circa 6 ettari dove si possono ammirare da vicino numerosi esemplari di cervo, il simbolo del parco.

Affidarsi alla natura e sentirsi accolti: è questo che si prova camminando all’interno del Parco di Paneveggio. Le ardite torri di dolomia delle Pale di San Martino gareggiano in altezza con i "giganti" del bosco (gli abeti rossi dal fusto dritto che superano i 40 metri di altezza), le rocce di porfido scuro del Lagorai si contrappongono al verde brillante dei pascoli e alle limpide acque dei laghetti alpini, gli aridi altipiani rocciosi lasciano lo spazio a profonde forre scavate da impetuosi torrenti. Le voci della natura sono amplificate dalla foresta, basta chiudere gli occhi, fare silenzio ed ascoltarle con attenzione.


La foresta che suona

La foresta demaniale di Paneveggio, con un’estensione di circa 2.700 ettari, è il cuore verde del parco, un colorato ventaglio di abeti rossi secolari che si apre tra la catena porfirica del Lagorai, le Pale di San Martino ed il massiccio di Lusia-Bocche. E’ considerata dagli esperti un esempio eccellente di armonia ecologica dell’intero arco alpino. L’area è anche nota come la "foresta dei violini". Molti maestri liutai del passato, tra i quali Stradivari, venivano a scegliere proprio tra queste piante gli abeti cosiddetti di "risonanza" (dalle speciali caratteristiche, difficilmente riscontrabili altrove) per realizzare le casse armoniche degli strumenti musicali. Ma ancora prima, il pregiato legno di Paneveggio era molto ricercato dagli ingegneri della "Serenissima" per la costruzione della flotta navale della Repubblica di Venezia.

La foresta dei violini
Alcuni lo soprannominarono il "pianista nella natura", quando il 4 agosto 2007 Giovanni Allevi si esibì all’aperto, nell’anfiteatro naturale in località Carigole, davanti a 4.000 spettatori per la rassegna musicale trentina de I Suoni delle Dolomiti, presentando in anteprima assoluta "300 anelli", un brano originale dedicato proprio all’abete di risonanza di Paneveggio.


La riserva integrale di Bocche

Il Parco di Paneveggio è suddiviso in zone con differenti gradi di tutela, le cosiddette "riserve". Una di queste è l’area di Lusia-Bocche, riconosciuta come riserva integrale per il valore, l’alta sensibilità e la vulnerabilità dell’ambiente. Le attività dell’uomo sono limitate allo studio della flora e della fauna, all’escursionismo dolce, alla manutenzione dei sentieri e delle strutture presenti lungo i vari percorsi. La zona è attraversata dal Sentiero della Pace, l’itinerario che ripercorre i luoghi toccati dalla Grande Guerra, le cui tracce sono ancora ben visibili. All’interno del territorio sono compresi i biotopi naturali dei Laghi di Lusia e del Lago di Bocche.

Flora e fauna
In questo territorio così integro la flora è particolarmente ricca con numerose specie rare, esclusive di questi ambienti montani. Il bosco è popolato da caprioli, cervi, volpi, donnole, ermellini, martore, tassi, galli forcelli e cedroni, gufi, civette, picchi, pernici oltre a piccoli roditori come scoiattoli e ghiri. Senza dimenticare poi le marmotte, le aquile reali, i camosci e gli stambecchi.


Le malghe

Le attività silvo-pastorali nell’area delimitata dal Parco di Paneveggio sono ancora piuttosto fiorenti. Sono numerose le malghe dove poter degustare tanti prodotti dal genuino sapore dei pascoli di alta montagna. Il latte delle mucche, che su questi prati pascolano indisturbate, viene conferito ai caseifici di Predazzo-Moena e Primiero per produrre deliziosi formaggi.


Parco Naturale Sciliar - Catinaccio


Nel regno di Re Laurino

Nel 1974 l’intera area attorno all’altipiano dello Sciliar, nelle Dolomiti occidentali, venne dichiarata Parco Naturale, sotto la tutela della Provincia di Bolzano. Nel 2003 la zona protetta venne ampliata, inglobando anche il Gruppo del Catinaccio (dal 2009 Patrimonio Unesco), uno dei simboli della Val di Fassa. Agli occhi degli escursionisti il "Rosengarten" si presenta come una catena infinita di creste dentellate, di cime e guglie affilate, le cui rocce durante l’arco della giornata, dall’alba al tramonto, cambiano tonalità, nelle calde sfumature del rosa. Un arcobaleno naturale di colori che ha alimentato fin dai tempi più antichi numerose leggende e fatto di questi luoghi il mitico regno di Re Laurino. Dal gruppo montuoso svetta in altezza il Catinaccio d’Antermoia, raggiungibile in estate affrontando la via ferrata che parte dal Rifugio Passo Principe, scalato per la prima volta nel 1872 dagli alpinisti Tucker e Carson con la guida fassana Bernard. E poi come non citare la Cima Catinaccio, la Roda de Vael e le Torri del Vajolet dalle forme slanciate e possenti a cui sono legati i grandi nomi dell’arrampicata. Il protagonista di queste crode rimane però Tita Piaz di Pera di Fassa, soprannominato per le sue imprese "Il Diavolo delle Dolomiti", anche se curiosamente nessuna cima o gruppo porta il suo nome.


La leggenda delle montagne rosa

Re Laurino, sovrano di queste montagne, viveva sul Catinaccio, nel suo splendido giardino, tutto coperto di rose, insieme alla bellissima figlia Ladina. Ma un giorno il Principe del Latemar, incuriosito dalla presenza di quelle stupende rose in un luogo tanto aspro e selvaggio, si inoltrò tra le montagne della Val di Fassa, vide Ladina, se ne innamorò perdutamente e decise di rapirla. Disperato per la perdita della figlia, Laurino maledisse i fiori che lo avevano tradito rivelando la presenza del suo regno e ordinò che le rose non fiorissero più, né di giorno, né di notte. Ma aveva dimenticato il crepuscolo. Ecco perché, ancora oggi, a quell’ora, sulle maestose cime della Val di Fassa fiorisce l’Enrosadira. E’ questa la romantica spiegazione dello straordinario fenomeno che al tramonto colora di rosa e viola le Dolomiti di Fassa, le vette e pareti forse più conosciute e celebrate al mondo.



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